Gramsci - La rivoluzione contro il "Capitale"
Cento anni
fa il Partito bolscevico lanciava la parola d’ordine: «Tutto
il potere ai Soviet!». Si inauguravano così, dopo mesi di
convulsioni durante i quali l’immenso Impero russo usciva per
sempre dalla scena della Storia, i “dieci giorni che sconvolsero il
mondo”.
A
distanza di tanto tempo sembrerebbe che quegli eventi siano destinati
a perdersi nel passato. È davvero così? Cosa significa, oggi,
ripensare e comprendere quei fatti?
Pubblichiamo
a questo
proposito l’articolo-riflessione
di Antonio Gramsci: «La rivoluzione contro il “Capitale”».
Soggetto più volte a censura, uscì infine il 5 gennaio 1918
sull’Avanti.
«La
rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella
rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati
fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non
stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando
luogo ad una forma definitiva di assestamento - che sarebbe stato un
assestamento borghese, - si sono impadroniti del potere, hanno
stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste
su cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare a
svilupparsi armonicamente, senza troppi grandi urti, partendo dalle
grandi conquiste già realizzate.
La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (Perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato.
Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva
prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa
guerra avrebbe avuta la durata e gli effetti che ha avuto. Non poteva
prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili,
avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha
suscitata. Una volontà di tal fatta normalmente ha bisogno
per formarsi di un lungo processo di infiltrazioni capillari; di una
larga serie di esperienze di classe. Gli uomini sono pigri, hanno
bisogno di organizzarsi, prima esteriormente, in corporazioni, in
leghe, poi intimamente, nel pensiero, nelle volontà di una
incessante continuità e molteplicità di stimoli esteriori. Ecco
perché, normalmente, i canoni di critica storica del
marxismo colgono la realtà, la irretiscono e la rendono evidente e
distinta. Normalmente, è attraverso la lotta di classe
sempre più intensificata, che le due classi del mondo capitalistico
creano la storia. Il proletariato sente la sua miseria attuale, è
continuamente in istato di disagio e preme sulla borghesia per
migliorare le proprie condizioni. Lotta, obbliga la borghesia a
migliorare la tecnica della produzione, a rendere più utile la
produzione perché sia possibile il soddisfacimento dei suoi bisogni
più urgenti. È una corsa affannosa verso il meglio, che accelera il
ritmo della produzione, che dà continuo incremento alla somma dei
beni che serviranno alla collettività. E in questa corsa molti
cadono, e rendono più urgente il desiderio dei rimasti, e la massa è
sempre in sussulto, e da caos-popolo diventa sempre più ordine nel
pensiero, diventa sempre più cosciente della propria potenza, della
propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a
diventare l'arbitro dei propri destini.Ciò normalmente, quando i fatti si ripetono con un certo ritmo. Quando la storia si sviluppa per momenti sempre più complessi e ricchi di significato e di valore, ma pure simili. Ma in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all'unisono molto rapidamente. La carestia era imminente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d'un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all'unisono, meccanicamente prima, attivamente, spiritualmente dopo la prima rivoluzione [di febbraio].
Si ha l'impressione che i massimalisti siano
stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente
necessaria, perché l'umanità russa non cada nello sfacelo più
orribile, perché l'umanità russa, assorbita nel lavoro gigantesco,
autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli
del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve
che si sbranano a vicenda».
A. Gramsci,
La Rivoluzione contro il “Capitale”, pubblicato il 5
gennaio 1918 sull’Avanti, in Antonio Gramsci – Scritti
(1910-1926), vol. II 1917, a cura di L. Rapone, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma 2015, pp. 617-620.


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